Il giorno in cui ho volato

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Il giorno in cui ho volato… Raga, non nel senso lato del termine (quello lo faccio sempre), intendo con un aereo. Sì, insomma, l’«apparecchio». Che poi nel caso delle compagnie low cost che frequento assomigliano di più a scatolette di sgombro sott’olio (dire «tonno» era troppo scontato). La «tolla», come si dice in Brianza. E comunque dico «frequentare» perché ci vediamo talmente spesso io e l’equipaggio di queste compagnie che è un po’ come essere fidanzati. La relazione più lunga della mia vita, in pratica.

Che poi io parlo di «compagnie» anche se alla fine è sempre la stessa, però, sai, ora che sono famosa e ho fatto il cash grazie a ‘ste stronzate che dico, sono ad alto rischio di denunce. Si sa che quando arrivi in vetta tutti vogliono un pezzo del tuo successo (un’altra cit. di un rapper qualunque che viene dal blocco). Va be’, per intenderci, io parlo di quelli con l’uniforme gialla e blu.

Fatto sta che, considerata la mia condizione di immigrata e di persona a cui piace andarsene un paio di giorni fuori dal cazzo dopo un tot di mesi passati sempre nello stesso posto, ho preso e continuo a prendere un sacco di aerei, quasi sempre con ‘sta gente.

So come può sembrare, e cioè che ora inizierò un’invettiva contro di loro. Invece no, poverini: in fondo non sono altro che dei lavoratori sfruttati come tutti noi.

No, l’invettiva la lancerò contro una delle categorie umane della mia personalissima TOP 3 di gente da insultare: i genitori con i figli piccoli. Sì, lo so, sono una brutta persona. Vi dico solo che le altre due categorie sono i vecchi e gli ecclesiastici. Proprio una brutta persona, raga.

Che poi è risaputo che io non sono una tifosa dei cuccioli d’uomo, soprattutto quando rompono i coglioni. E vi assicuro che in aereo rompono sempre i coglioni. Per spezzare una lancia a favore di quegli esseri bavosi, urlanti, che si muovono come pinguinetti, c’è da dire che la colpa non è loro, ma dei due più o meno adulti che li hanno concepiti prima, partoriti poi.

Io capisco che i bambini sparino fuori quando li porti su un aereo, soprattutto se è di tolla. Tutti sparano un po’ fuori quando non hanno i piedi ben piantati al suolo, figurati. È la condizione umana. Pure gli adulti, quelli che vanno in sbatta e non sono manco in grado di superare i controlli di sicurezza, tirar fuori i documenti, formare una fila indiana ordinata come ti insegnano all’asilo, imbarcare e sbarcare senza creare un macello mondiale che inesorabilmente travolge anche gli altri passeggeri, che, sì, andiamo in sbatta anche noi, ma a una certa ci tiriamo insieme. Però, va be’, alcuni semplicemente non ce la fanno.

Ovviamente ho un sacco di aneddoti che riguardano i bambini sugli aerei. Di recente, poi, mi sono trovata in una situa in cui ho preso tre aerei in cinque giorni. La prima tratta era Madrid-Palermo. Raga, sapete quanto dura un volo da Madrid a Palermo? No, quindi ve lo dico io: 2 ore e 45 minuti. Ora che sali, ti siedi, aspetti che anche i passeggeri che non ce la fanno si accomodino; poi ora che ti fanno sbaraccare all’atterraggio, facciamo che sono 3 ore.

Ecco, per 3 ore ci siamo dovuti sorbire una bambina seduta sulla mia stessa fila (grazie a dio dall’altro lato del corridoio) che ha fatto di tutto. DI TUTTO. Ha riso, ha gridato, ha giocato, ha disegnato, ma soprattutto ha rotto davvero tantissimo i coglioni. Perché in tutto ciò c’erano pure due ragazzine che non arrivavano ai 18 anni (perchè, ci tengo a dirvelo, mi sono pure imbattuta in una scolaresca) e che per la loro giovane età si sentivano in dovere di essere affabili con una bambina di tipo 4 o 5, che le facevano le tipiche domande idiote che si fanno ai miniumani di quell’età. Insomma, non si sa perché, ma ‘ste due si sentivano in dovere di intrattenerla. Lasciate che vi dica una cosa, ragazze: io ho quasi trent’anni e a quelle della mia età, ma soprattutto a quelle come me, ormai di stare sul cazzo non ce ne frega nulla.

L’unica roba che mi interessava in quel momento era leggere o dormire, e invece l’unica roba che ho fatto è stato mettermi le cuffie e sparare in cuffia la mia playlist «Correre» a un volume inumano. E per un po’ è pure andata bene, ma cos’è successo poi? Che sta bambina, non contenta di tutto il macello e le bestemmie che stava provocando tra i passeggeri vicini, si è messa a saltellare per tutto il corridoio. Raga, A SALTELLARE. Ora, signor papà di ‘sta bambina rompicoglioni, tu, proprio tu, che hai l’accento milanese, ma per l’occasione di un viaggio a Palermo ti sei sentito in dovere di metterti una coppola che non hai mai tolto per tutte le 3 ore di volo… Zi’, puoi spiegare a quella mina vagante di tua figlia che ‘sto aereo è fatto di tolla e, nonostante ciò che ti fanno credere gli omini e le donnine in uniforme gialla e blu, non è per niente sicuro e, se ci schiantiamo per colpa di tua figlia che saltella come una dannata, non ci sono norme di sicurezza che tengano?! Lungi da me insegnarti a fare il tuo mestiere di padre, però già che ti sei fatto la sbatta di spendere i miliardi per la sua sopravvivenza, puoi anche dire due cazzo di paroline alla tua piccola principessina invece di stare lì come un coglione mostrando sorrisini imbarazzanti? Meno male che a una certa il vecchio seduto accanto a me ha iniziato a sbacchettare e a fare dei movimenti nervosi con il giornale (in cui stava leggendo un articolo sulla famiglia reale spagnola, vi dico solo questo) e a manifestare così il suo non essere d’accordo. E meno male, perché sai, siccome ai vecchi non li si può mai contraddire, soprattutto quando sbacchettano, il padre si è visto costretto a prendere di peso la bambina, metterla seduta e legarla con la cintura. Peccato che a quel punto mancavano solo tipo 20 minuti di volo. Che poi, pensandoci a posteriori, tra la bambina che saltellava e il vecchio che sbacchettava, meno male che non è saltato pure un prete a rompere i coglioni, che se no sì che eravamo proprio fottuti.

Sulla tratta Palermo-Milano, grazie a dio non c’era nessun bambino spaccaminchia, o forse non me ne sono accorta io perché non dormivo da tipo 3 giorni e quindi sono tipo svenuta sul sedile. O forse qualcosa che mi ha fatto bestemmiare c’è stato, ma da quando fumo i sizzoni simpatici, la mia memoria non è più quella di prima.

Comunque non vi allarmate, cari lettori e lettrici, che poi il karma me l’ha fatto pagare sulla tratta Milano-Madrid, figurati, con una bambina giusto davanti a me che per tutto il volo ha urlato a squarciagola e pianto perché «Bobby se ha muerto». A volte, non contenta, chiedeva anche a se stessa «Dónde está Bobby?», poi, però, si ricordava che in realtà ‘stocazzo di Bobby era morto e ricominciava a piangere e urlare. Ma volete sapere chi è Bobby? No, perché io dopo la prima ora così me lo sono chiesta. Quindi mi sono sporta un po’ per sbirciare sul sedile davanti a me dove si stava scatenando l’inferno e sapete cosa ho scoperto? Che i genitori della bambina, seduti accanto ovviamente, l’avevano abbandonata a se stessa a guardare un cartone animato brutterrimo su uno dei loro smartphone e in ‘sta storia c’era un animaletto di nome Bobby che a una certa spariva. Raga… Mo io non voglio sempre fare quella che rompe i coglioni, ma voi due genitori che problemi avete a fare vedere ‘sta merda a vostra figlia mentre siamo tutti rinchiusi in ‘sta scatoletta? Cos’è, da piccoli non vi hanno dato l’insegnante di sostegno e siete venuti fuori così? Dai, per favore, facciamocela. Ma poi, oh, io non voglio star qui a dare lezioni, ma se tua figlia urla come un’ossessa, non ti viene in mente di farla stare zitta in un qualche modo? No, ridevano. Cazzo si ridevano, poi… Io ero a punto di alzarmi in piedi e chiedere se c’era un esorcista a bordo. Cioè, per mettere fine alla situa sarei pure ricorsa a un ecclesiastico, vedete un po’ voi com’ero messa.

Comunque ora che sto scrivendo mi è venuto in mente un altro episodio i cui protagonisti erano un bimbo, sua madre e un aereo low cost irlandese. Praticamente, in un’altra delle innumerevoli tratte Madrid-Orio Al Serio o viceversa, un bambino seduto un paio di file più avanti di me urlava a pieni polmoni ancora prima di decollare. La madre non sapeva come calmarlo. A una certa, ci ha provato pure il malcapitato seduto accanto a loro a zittire ‘sto pargoletto figlio di satana, cercando di tirarlo dentro in non so che storia demenziale, ovviamente senza risultato. Finché, a un certo punto, si è avvicinato uno stewart dall’aria affabile e ha chiesto alla madre quale fosse il problema. Il sottomessaggio della domanda era: «Signora, non siamo ancora decollati e suo figlio ci ha già rotto ¾ di minchia a tutti quanti. Cosa possiamo fare per risolverla?».

La madre, con tutta la sua ingenua dignità, ha risposto: «Eh, sa, è che Paolo non vuole mettersi la cintura, gli dà fastidio. Vuole stare in braccio».

COME, SCUSI? Suo figlio  Paolo sta scatenando l’inferno perché «poverino, vuole stare in braccio»?! Signora, ma mi prende per il culo? Non dico tanto, ma possiamo almeno provare a educare ‘sto figlio suo che si ritrova e che urla come un cazzo di ossesso con la sua vocina stridula che mi sta trapanando il cervello alle 10 di mattina?

Fatto sta che lo stewart, che in realtà era uno di noi, si è avvicinato al bambino e gli ha sussurrato una cosa che solo quelli seduti nella loro fila hanno sentito. Raga, ve lo giuro: da quel momento fino a quando siamo atterrati non si è più sentita volare una mosca. Se chiedete la mia opinione, i possibili sviluppi sono due:

  • O lo stewart ha minacciato il bambino posseduto, provocandogli un trauma permanente;
  • O, mentre la madre era distratta, gli ha infilato sotto la lingua una qualche pastiglia.

Che poi, mentre stavo scendendo dall’aereo, sono pure passata di fianco a ‘sto bambino e, lasciatemi dire, io non sono un’esperta di cuccioli umani, però… Quello era davvero brutto. Ti capisco, zi’, probabilmente pure io avrei pianto disperata se avessi avuto quel testone che c’hai te.

Vorrei concludere con un appello: cari genitori, se decidete di mettere al mondo dei figli, ricordatevi che la decisione è stata vostra e che non è che tutti ci dobbiamo accollare le rotture di cazzo dei vostri mocciosi. Se andate in ferie, lasciateli dai nonni. E se no, l’alternativa è imparare a educarli. Cosa ve ne pare?

Dedicato a tutti quelli che almeno una volta hanno bestemmiato fortissimo perché per 3 ore sono stati rinchiusi in una scatola di tolla pericolante con qualche bambino posseduto da Satana. Oppure con qualche vecchio che sbacchettava. Oppure con qualche ecclesiastico, quello sì che deve essere stato duro.

PS: No, miei cari followers, come vedete non sono sparita. Non sono venuti a prendermi dopo il mio ultimo articolo, andate tra. L’unica roba che mi è venuta a prendere è stato il silenzio, figurati. Sono solo stata occupata. A fare cosa? Eh, ma fatti i cazzi tuoi, non è che una ti deve raccontare proprio tutto tutto… Ma infatti adesso ho avuto tempo per scrivere questo articolo solo perché sono a letto con la febbre. È il 10 giugno e ho la febbre, fai tu. Sempre la solita vita del cazzo, insomma.

Il giorno in cui ho scritto ai miei ex

 

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Il giorno in cui ho scritto ai miei ex… Raga, parlo al plurale per creare un po’ di sana suspense, ma sappiamo sia io che voi quattro stronzi che mi leggete che ne ho solo una. Be’, ora due, ma la seconda in ordine cronologico nella mia testa è ancora «la mia tipa». Ah, che bella, la mente umana… È così complessa che a volte sembra che ti pigli per il culo.

Comunque, il giorno in cui ho scritto «ai miei ex» (sto facendo le virgolette con le dita), non è che non me l’aspettassi, eh… Era annunciato. E se non fosse stato quel giorno, sarebbe stato un altro. Sono anni che ci penso, figurati.

E voi vi chiederete: «Ma perché?».

Eh, appunto, perché? Boh, ma io che cazzo ne so. Era una di quelle sere in cui avevo cenato gin tonic e nostalgia. Così sono tornata a casa con la percezione di cos’è giusto e cos’è una puttanata madornale un po’ alterata. Ho cercato il numero su Whattsapp e manco ce l’avevo più. Questo fattore avrebbe dovuto farmi fare un passo indietro, avrei dovuto guardarmi allo specchio e avere una di quelle conversazioni tra te e il tuo cervello in cui ti dice: «Fermati, Gloria. Non lo fare, non lo fare…». E invece poi, raga, l’ho fatto. Le ho mandato un messaggio su Facebook. Ho pure dovuto accendere il pc per farlo, perché FB non ce l’ho manco più sul telefono. Così, giusto per farvi capire quanto cazzo ero determinata nel portare questa mia crociata alcolica fino alla fine.

Quella notte ho dormito male, figurati, come sempre quando faccio una puttanata da sbronza. Il giorno dopo mi sono svegliata ancora un po’ fischiona, mi sono guardata allo specchio e ho avuto un’altra conversazione con il mio cervello, in cui mi ha detto: «Gloria, vai tra. Tanto mica ti risponde».

E invece, raga… Contro ogni pronostico. Tutto sommato è stato pure peggio, perché se non avesse risposto la puttanata si sarebbe arginata, ma così sono seguiti X giorni di come stai, cosa hai fatto in questi X anni in cui non ci siamo viste, in questi X anni in cui non ci siamo parlate… Una di quelle conversazioni in cui è più importante quello che non stai dicendo piuttosto che quello che dici.

Perché se scrivi alla tua ex poco dopo esserti mollata con un’altra, non è per sapere come sta. Non te ne frega un cazzo di come sta. Vuoi solo sapere quanto fascino puoi ancora esercitare su di lei, quanto potere hai ancora su di lei. Perché dopo un anno e mezzo con qualcuno che ti dichiara il suo amore tutti i giorni e ti dice quanto sei bella ogni mattina e tutte ‘ste robe da film che a quanto pare vogliono tutti tranne me, l’unica roba che vuoi è qualcuno che ti gonfi l’ego.

Peccato che la risposta poi sia sempre deludente. Raga… Sempre. E la domanda lecita a questo punto è: «Gloria, che cazzo ti aspettavi?».

Guarda, lo vuoi sapere davvero cosa mi aspettavo? Anzi, cosa mi farebbe piaciuto, più che altro. E, già che ci siamo, lasciamo pure perdere ‘sto stratagemma letterario del parlare al plurale per far finta che non ce l’ho con te, che tanto lo sappiamo tutti.

Mi sarebbe piaciuto che mi dicessi che in questi anni mi hai pensato, che a volte ti sono pure mancata, che dopo di me non te ne sei più trovata un’altra uguale perché io ho alzato l’asticella, che nemmeno tra le tue lenzuola è più passata una come me, che sono bella, brillante, ironica e anche un po’ intelligente. Anzi, zi’, sai cosa mi sarebbe piaciuto davvero un botto? Che mi scrivessi tu. Che una volta, almeno una cazzo di volta in questi 4 anni prendessi quella merda di telefono e mi scrivessi uno stronzissimo: «Ciao, come stai?».

E se questa fosse una conversazione faccia a faccia, so cosa mi diresti. «Eh, ma lo sai che il telefono non lo cago. Non mi piace messaggiare. E poi, scriverti per cosa? Avevamo bisogno di un distacco e di andare avanti». Ah, ma aspetta: ‘ste robe me le hai dette davvero. Allora lascia che ti spieghi quanto è stronzo pensare sempre e solo a te stessa. Che poi pure io lo faccio, per carità, perché, come ho appena detto, scriverti è stato un atto di egoismo probabilmente. D’altra parte, però, c’è pure da dire che se io (IO, ok? Non una di quelle tipelle stronze che ti fai un giorno e il giorno dopo non sai manco più come si chiamano) ti scrivo dopo due anni di silenzio, accendo il pc e ti mando un messaggio su Facebook che manco mi’ nonna, non dico che mi dovresti stendere un tappeto rosso, ma… Ah, no, aspetta… Invece mi sa proprio di sì, zia: mi dovresti stendere un cazzo di tappeto rosso. Perché dopo tutta la merda che mi sono mangiata, sono ancora qua a scriverti. Perché sono una cogliona, ma rimango sempre la persona più decente tra noi due. Ed è molto più complicato essere una persona decente che una brava a letto. A scopare son capaci tutti o, comunque, si può imparare molto più rapidamente che cercare di essere una persona migliore. Non so, maturare, evolversi e tutte quelle puttanate. Lo facciamo tutti, Cristo, perché tu no? Forse perché nel fondo è quello che sei, per lo meno per me: una persona deludente. DEAL WITH IT, giusto per parlare in una lingua che capisci bene. Ed è vero, me la sono cercata: nessuno me l’ha fatto fare di ingoiare l’orgoglio e scriverti, è stata decisione mia e mi piglio le conseguenze. Ciononostante, anche se non mi hai chiesto tu di scriverti, potresti anche mostrare un po’ di decenza per una che comunque ha fatto di più di quanto abbia mai fatto tu in ‘sto tempo per dimostrarti il suo interesse nei tuoi confronti in quanto essere umano, cosa che evidentemente tu per me non hai. Mai avuto, raga.

Comunque ti ricordo pure che tu eri quella che diceva che io dopo di te non avrei più avuto una tipa perché in fondo mi piacciono gli uomini, che non avrei mai vissuto all’estero perché in fondo volevo rimanere vicino alla mia famiglia. Un consiglio da (quasi) amica? Forse è il momento di farsi delle domande sul tuo criterio di giudizio.

Mi fai incazzare. Mi ha fatto incazzare che l’unico ricordo che hai di me riguarda il sesso quando quello che avevamo era, almeno in teoria, una «storia d’amore» e tutte ‘ste puttanate e non una trombamicizia. Cazzo è, le robe che abbiamo fatto o detto in due anni fuori dal letto non te le ricordi? Sarà che «fuori dal letto, nessuna pietà» e che Marco Ferradini è il guru dell’amore, però la tua versione della cosa mi sembra un po’ estrema. Poi mi sono stati sul cazzo i tempi di risposta biblici e tutte le robe che ti ho detto e a cui non hai risposto. E la frase mitica «Va be’, io sono così» non mi vale più. Esticazzi se sei così, fai uno sforzo. Per me, raga. Secondo me, me lo merito.

Ma tra noi è sempre stato così. L’unica differenza qua sono io, che negli ultimi anni ho dovuto per forza allenare il mio menefreghismo di fronte a ‘sti atteggiamenti di merda, perché se c’è una roba che mi sono dovuta inculcare in testa, volente o nolente, è che non puoi aspettarti da qualcuno che si comporti come vorresti tu. Non hai nessuna influenza sugli altri e se tu ti comporti come una minchiona, io non ci posso fare un cazzo. Non posso fare proprio un cazzo per fartelo capire se non vuoi, figuriamoci per farti cambiare.

Sono durata una settimana senza sparare fuori. Record personale. Ho aspettato ore e ore che mi rispondessi, ho fatto finta che andasse tutto tra quando ti scrivevo paragrafi degni di un premio Nobel e tu mi davi delle risposte deludenti, ho fatto finta che mi andasse bene sopravvivere nei tuoi ricordi solo per le mie doti fisiche. Poi, però, una notte in cui avevo cenato gin tonic e rancore, ho deciso che no, in realtà non mi stava bene proprio per un cazzo. E allora, te l’ho detto. Ti ho detto che mi sembra incredibile questo tuo stoicismo nell’essere come sei e non cambiare mai perché tanto «a me va bene così, e io mi basto», questa tua incapacità di guardare al di là del tuo orticello e gli altri si fottano, Gloria si fotta, per me non è nessuno. Mi è sembrata una mancanza di rispetto che io mi debba ricordare che non ti piace stare al telefono per tanto tempo, ma tu te ne sbatti il cazzo che a me faccia sfasare il visualizzato senza risposta e fare la vaga o addirittura ignorarmi quando ti sto dicendo cose concrete. Zia… Non mi hai manco risposto. Solo quando ti ho fatto notare che il tuo silenzio non era altro che una conferma delle mie parole, ti sei indignata. Deludente, ragazzi.

Eppure non sono sparata fuori nemmeno quando ti ho detto quelle robe. Non è stato uno «sfasare a caso, come tuo solito». No, io ero calmissima, ai limiti del «non me ne frega un cazzo». «E allora, se non te ne frega un cazzo, perché l’hai detto?». Perché, a quasi trent’anni, vivendo in una città e in un periodo storico in cui la lotta femminista ha raggiunto il suo apice e sento stronzate sul Women’s Empowerment tutti i sacrosantissimi giorni, mi sono detta: «Ma pensa te se mo io devo starmene zitta di fronte a ‘sto tuo atteggiamento del cazzo che mi fa girare le ovaie a elica ancora una volta e devo autocensurare quello che penso davvero».

Pure tu ci hai messo una settimana a chiedermi l’unica roba che forse ti premeva sapere. «Perché mi hai scritto dopo una settimana che ti sei mollata con la tipa?». Già, perché… Perché nonostante tutta sta merda di atteggiamento che hai, sei sempre stata la persona a cui penso quando mi va male con qualcun altro. Tutti ne abbiamo una, la mia sei te. Pure in un’altra delle pochissime occasioni in cui ci siamo sentite in ‘sti anni, ti avevo scritto perché mi era andata male con un tizio con cui uscivo da qualche mese. Un coglione, figurati. L’unica differenza è che allora te non lo sapevi.

Come dice la mia amica Silvio: «Glori, ci sono sempre quelle persone che se adesso entrassero dalla porta, non sai come reagiresti». Di solito lo dice indicano a braccio teso la porta e di solito siamo sedute in un bar quando lo dice. Be’, io so esattamente cosa farei se tu entrassi dalla porta del bar in cui sono seduta: ti saluterei con nonchalance anche se probabilmente dentro di me starei morendo di nervosismo, ti farei qualche battutina ironica giusto per rompere il ghiaccio e poi cercherei di scoparti. Così avrei la mia ultima notte con te, per dimostrarti cosa ti perderai per il resto del tempo. Qualcuno quest’estate mi ha detto che il problema del sesso non è arrivare all’orgasmo, ma il momento che segue, quando sei nel letto con qualcuno che più o meno conosci. Il momento in cui, se non c’è confidenza, si crea imbarazzo. Noi la confidenza l’abbiamo un po’ persa, ma non ci sarebbe imbarazzo. Non ci sarebbero nemmeno carezze e coccole da prima notte di nozze. Ce ne staremmo sdraiate ognuna nella sua metà di letto a guardare il soffitto mentre fumiamo un sizzone e ridiamo per qualche puttanata. Qualche sano: «Oh, ma ti ricordi…». Del tipo: «Oh, ma ti ricordi quando l’abbiamo fatto su un tetto? Che ridere».

Una notte così, poi te ne torneresti in quella città che tanto ti piace e mi lasceresti qua nella mia, a dirmi che tra, sto bene. E invece forse poi affogherei nella miseria di anni e anni di scelte sbagliate.

Pure a me piaceva quella città. Infatti, quando mi hai detto che se volevo tornarci qualche volta, bastava che te lo dicessi, ci ho pensato davvero. So che l’hai detto solo per cortesia, perché io ti avevo appena detto: «Dai, oh, zi’, vienimi a trovare a Madrid». So pure che a trovarmi non ci verrai mai, un po’ perché ti dà fastidio muovere il culo, un po’ perché non te ne frega un cazzo di me e in tutti ‘sti anni non hai fatto nulla per smentire questa mia convinzione. Anche perché, diciamocelo: sapevi perfettamente dove trovarmi, se in tutto ‘sto tempo non mi hai mai chiesto l’indirizzo e non ti sei mai presentata qua è perché non te ne fotte un cazzo di farlo. Sapevi pure che avresti trovato la porta aperta.

Quando l’ho raccontato a Silvio, le ho detto: «Cristo, un weekend me lo farei… La città mi manca, anche se non ci tornerei mai a vivere. MAI».

E la sua unica risposta è stata: «Se vai, poi quando torni starai a pezzi».

Mi sono anche chiesta cosa faresti tu se a entrare dalla porta del bar fossi io. Suppongo che non lo sapremo mai.

Ieri ne stavo parlando con il mio coinquilino di tutte ‘ste paranoie e lui, dopo avermi raccontato una storia incredibile su come ha perso la verginità con il suo primo amore degna di una commedia romantica degli anni ’90, mi ha detto: «Ora vive a Miami. Non ci vediamo da anni, ma so che prima o poi ci vedremo. La vita ti fa sempre rincontrare quand’è il momento».

Io, un po’ scettica, gli ho detto: «Sì… Ma io questa dov’è che la rivedo, che io vivo qua e lei vive là? Dovremmo tipo beccarci una volta per caso nella nostra città natale comune, ma quante probabilità ci sono? Dovremmo tipo coincidere in un periodo in cui entrambe siamo andate a vedere le nostre famiglie ed è impossibile. Anzi, una volta in realtà è successo che fossimo lì in vacanza la stessa settimana. Le avevo scritto, ma non mi ha mai risposto… Figurati».

A volte, negli ultimi anni, mi sono immaginata di riuscire a trovarmi un lavoro decente e di dover fare un viaggio proprio in quella tua città del cazzo «per affari». Ti scriverei, ti direi: «Uè, zi’, sono io. Sono qui per un paio di giorni “per affari” (virgolette con le dita). Sì, sai, in questi anni in cui non ci siamo viste sono riuscita a costruirmi un posizione rilevante all’interno della società. Ci becchiamo in qualche bar che cinque anni fa non ci saremmo potute permettere?». E ti aspetterei al bancone con gin tonic, una gonna a tubo e una camicetta scollata giusto per farti vedere che cazzo di signora sono diventata, per farti vedere che figa sono, anche se sono ingrassata, anche se ho i capelli di un altro colore, qualche piercing e qualche tatuaggio in più. Ti pagherei pure da bere. Per farti capire che, regazzi’, non hai ni puta idea della Donna brillante che sono ora, userei la mia arma migliore: l’ironia.

Hai detto che ti piace la mia ironia nello scrivere, ti fa «sorridere». Be’, zi’, ricordati che la maggior parte delle volte in cui sfoggio l’ironia è perché se mi metto a parlare sul serio è un casino. Tipo adesso. Quindi, forse forse, non c’hai proprio un cazzo da sorridere. Perché l’inglese è vero che ormai ce l’ho un po’ ossidato, ma come vedi in italiano mi so ancora esprimere benissimo. E, giusto per fartelo sapere, QUESTO è andarci giù pesante.

Insomma, negli anni mi sono immaginata mille mila scenari da film. Si potrebbe dire quasi che sei la mia musa. L’altro giorno ho letto il titolo di un articolo su Roberto Benigni che diceva che tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per Nicoletta Braschi. Al che, mi sono chiesta se sono davvero disposta a scrivere mille mila pagine di storie chiaramente ispirate a te… E per cosa? Per la speranza che un giorno ti capiti di accorgerti per caso che ho scritto di te e che alzi il telefono per chiamarmi? E pure se fosse, cosa succederebbe dopo che mi hai chiamato? Mi dici che anche io sono sempre stata l’unica per te e ti prego, ti prego, torniamo insieme? Ma va. Non tornerei mai a vivere lì, te sappiamo entrambe che sei restia a qualsiasi tipo di cambiamento nella tua routine e che non cambieresti una virgola della tua vita per nessuno, figuriamoci per me. Non tornerei mai a stare con una persona che non dimostra quanto le interesso. È che alla fine non lo dimostri perché non è vero che ti interesso.

È tutta ‘na stronzata, raga. Come diceva uno dei gruppi migliori degli anni ’90 e primi 2000, la vita non è un film. Nella vita vera la tua ex ha passato gli ultimi anni a scoparsi o tentare di scoparsi qualsiasi cosa che si muove e, se tutto va bene, avrà dedicato uno 0,0002% del suo tempo a pensare a te. Nella vita vera, è molto probabile che la tua ex, quando riceve un tuo messaggio, pensi che sei una fallita. Nella vita vera, è probabile che tu ti chieda se lo sei, visto che non hai né un lavoro che ti piace, né gonne a tubo, né viaggi d’affari e continui a non poterti permettere gli stessi bar che non ti potevi permettere cinque anni fa. Nella vita vera, gli Articolo 31 prima hanno iniziato a far cagare, poi si sono sciolti e J-Ax ha iniziato una carriera da solista in cui ha fatto ancora più cagare. Se fossimo nel blocco e io fossi una rapper incazzosa e incazzata, concluderei questo paragrafo con un «WELCOME TO THE REAL LIFE, BIATCH».

E probabilmente sto firmando la mia condanna, un po’ come te quando hai detto che mi leggi. Avresti dovuto sapere che mi stavi offrendo su un piatto d’argento la possibilità che aspettavo da tempo.

Dedicato a tutti i miei ex, ma soprattutto a te.

Il giorno in cui sono tornata single, pt. 2

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Il giorno in cui sono tornata single per la seconda volta nell’arco di sette mesi, me l’aspettavo.

Non mi aspettavo che sarebbe stato quel giorno in concreto, pensavo di riuscire a tirare un po’ più in là. In fondo, avevamo in programma un viaggio insieme in Sicilia tra un mese… Però no, alla fine non ce l’ho fatta più e quella sera ho sganciato la bomba. Era venerdì santo. Figurati te se Cristo può morire gettando l’umanità nello sconforto e io non posso mollare la mia tipa nello stesso giorno. Volevo la mia parte di protagonismo.

È stata una di quelle conversazioni più o meno adulte: stavolta niente drammi, niente lacrime, niente FDP che decidono che vogliono leccare le fighe e scelgono la tua tipa per fare pratica (e la tua tipa ciula che si fa abbindolare).

Decisione di comune accordo, come si dice. Be’, diciamo che io ero un po’ più d’accordo (cit.), però c’è da dire che lei se lo doveva aspettare. Non è che una persona in sovrappeso da tutta la sua cazzo di vita decida da un giorno all’altro di andare a correre, ovvero l’attività che ha ripudiato di più da sempre, perché va tutto bene. No, evidentemente quella persona è sul punto di sparare fuori, ma di questo ne abbiamo già parlato.

Ciò di cui vi voglio parlare oggi, miei cari followers, è di quel fantastico periodo che segue la rottura. Lo so, abbiamo già parlato pure di quello, ma stavolta è diverso. Dovevo entrare nel mio trentesimo anno di vita per confermare finalmente la convinzione che quando sei tu la skarricatrice e non la skarricata è tutto un po’ più facile. Prima di quel giorno, io ero sempre stata la skarricata. Il punto più basso della mia carriera di sfigata professionista è stato in quel fantastico agosto del 2015, quando per un mese mi sono mummificata nel letto della mia infanzia e ho visto tutte (e dico tutte) le puntate di How I met you mother. Raga… Tutte. La mia rutine era svegliarsi in hang over verso le 12:00, mangiare con i miei e fingere di essere una persona umana per un’oretta, tornare a letto con il pc e non muovermi mai più fino alle 20:00 circa, quando non cenavo, ma scendevo a tavola per deliziare la mia famiglia con un cammeo e interpretare il ruolo di figlia disastrata. Dopodiché di aprivano due scenari: o uscivo a sbronzarmi con altri disastrati come me appena mollati, o andavo al lavoro e, visto che facevo la cameriera, mi ubriacavo lì. Così il giorno dopo mi svegliavo di nuovo in hang over e ricominciavo da capo. Un mese, raga. Finché, un bel giorno, la mia amica Silvio mi ha detto (parafrasato): «Senti, zi’, tirati insieme: prenota un aereo e a settembre vieni a Madrid con me».

In fondo avevo 25 anni, fresca di laurea, non figa, ma un tipo. Il mondo avrebbe potuto essere ai miei piedi. Mi dovevo tirare insieme.

Allora un bel giorno ho preso il mio fagottello ed eccomi qui, quasi quattro anni dopo.

Nel mio nuovo ruolo di skarricatrice, però, devo purtroppo ammettere la veridicità di ciò che dicevano a me quando mi skarricavano: «Pure io sto male». Raga, quando te lo dicono l’unica roba che pensi è che chi te lo sta dicendo è un pezz@ di merda bugiar@ che deve bruciare negli inferi nei secoli dei secoli, Amen. Dovevo arrivare al mio trentesimo anno di vita per scoprire che invece, porco2, è vero.

Ti ho mollato, ma pure io sto male. Perché all’improvviso ti ritrovi a riempire il buco che si è creato quando hai fatto uscire quella persona che lo riempiva dalla tua vita per tua propria scelta. All’improvviso ti ritrovi a dormire a stella nel letto matrimoniale che sognavi da anni di avere, a scendere da sola al bar sotto casa a bere le birrette in compagnia solo di un libro nel migliore dei casi e di qualche bavoso ubriaco nel peggiore. E poi comunque le volevi bene, solo che non abbastanza. Così vai avanti, perché in fondo la decisione è stata tua e ora ci devi convivere. Perché, nonostante stia male, sai perfettamente che era la roba giusta da fare.

Nel periodo che segue la rottura, la vita di tutti, skarricatori e skarricati, è guidata da un solo dubbio esistenziale: «Chissà quanto dovrò aspettare prima che qualcun altro acconsenta a intimare con me».

E dico «intimare» perché «scopare» mi sembrava un po’ brusco.

L’ideale è tornare in sella il prima possibile, 1) per non perdere l’abitudine, 2) per dimostrare a te e alla tua autostima che ne sei ancora in grado.

Di fronte a questa necessità impellente, fare una cazzata è un attimo. Le due cazzate classiche sono due:

  • Metterti a scrivere messaggi (da sbronza e non) a gente che sono anni che ti vuoi fare, ma non ne hai mai avuto la possibilità perché eri fidanzata. In questo caso, con una scusa del tutto casuale, lasci cadere l’informazione che fidanzata non lo sei più e insinui la possibilità di intrattenere dei rapporti sessuali con te. Una roba del tipo: «Uè, ciao, ti ricordi di me? Sì, sono io, quella che vive a Madrid. Ehi, ma perché non mi vieni a trovare? Ho un letto matrimoniale. No, tra, alla mia tipa non dà fastidio, ci siamo mollate». Oppure, se è gente che vive nella tua stessa città, la versione sarebbe più un: «Uè, ciao, ti ricordi di me? Tre anni fa abbiamo limonato sulla porta del Delirio. Quella notte dovevi venire a casa mia, ma poi il nostro amico comune che era con noi è sparato fuori perché era sbronzoammerda e alla fine non se n’è fatto nulla. Che ne dici se ora ci togliamo il pensiero e non se ne parla più?». In questo caso è molto probabile che il tizio vi risponda più o meno così: «Zia, guarda che mi stai scambiando per qualcun altro. Io e te non abbiamo mai limonato sulla porta del Delirio». Al che tu gli vorresti dire: «Zi’, guarda, quella notte ero sbronzella, ma non così tanto… Sono sicura che abbiamo limonato e che eri tu». Poi, però, non fai in tempo e scriverglielo perché lui ti ha già bloccato. Che cosa succede dopo? Che ti prendi male, quindi scrivi all’amico in comune che quella sera era con te: «Uè, ciao, come stai? Eh, sì, è un po’ che non ci sentiamo… Un anno e mezzo, tipo. Io bene, mi sono appena mollata con la tipa, ma tra. Senti, ti ricordi quella volta tre anni fa che siamo stati al Delirio io, te e il tuo socio? Massì, dai, quello che mi sono limonata e poi me lo volevo pure fare, ma sei arrivato tu sbronzoammerda, ti sei messo a sparare fuori e me l’hai fatto scappare a cavallo di un Taxi scintillante nel buio delle cinque di un mattino di fine inverno. Mi devi una scopata». Poi ci schiaffi dentro un «ajajaja» per sdrammatizzare e una faccina che strizza l’occhio per far capire che stai scherzando anche se in realtà non stai scherzando proprio per un cazzo. Al che è molto ma molto probabile che il simpaticone del tuo amico ti risponda: «Tu? E il mio socio? Al Delirio? Limonare? Non mi ricordo». A ‘sto punto, bestemmi fortissimo e inizi a pensare che forse è finalmente arrivato il momento in cui stai sparando fuori e la tua testa si è autocreata quella notte dal nulla. In fondo, sono anni che ti aspetti questo momento… Poi, però, ti ricordi che stai parlando con due persone non estranee alle sostanze stupefacenti e ritorni ad andare tra. Ed è vero, quella notte eri un po’ sbronzella, abbastanza da limonarti uno che conoscevi da tipo quattro ore e pensare che fosse un’ottima idea, ma non abbastanza da inventarti di sana pianta una storia simile.  Inutile dirvi, cari lettori, che i fatti appena narrati sono puramente casuali e NON sono realmente accaduti.
  • Metterti a scrivere messaggi (da sbronza e non) ai tuoi ex. E con «ex» intendo gente con cui hai avuto relazioni monogame della durata di anni, ma anche gente con cui ai avuto ripetuti rapporti occasionali e più o meno monogami durante un certo periodo di tempo. È il classico dei classici, raga. IL CAZZO DI CLASSICO DEI CLASSICI. Ed è pure la puttanata peggiore che puoi fare. Ma andate tra, amici e soprattutto amiche, ne parleremo…                                                                          Dedicato al Delirio, quel sotterraneo con le uscite antincendio non in regola; alle notti che ho passato lì dentro e che non hanno portato a nulla di buono. Mai.

Il giorno in cui sono andata a correre

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Il giorno in cui sono andata a correre… Raga, dai, di cosa stiamo parlando: OVVIAMENTE non me l’aspettavo.

Ebbene sì, sono ancora io, la vostra blogger preferita. Eccolo qua, il mio grande ritorno. Nella mia fantasia, in un’occasione come questa, ci sono io che percorro un lungo corridoio battendo cinque alti a chicchessia, per poi approdare su un palco gigante e guardare finalmente in faccia la folla che si estende a perdita d’occhio davanti a me nella platea di un teatro elegante. Nella realtà, ci sono io che rido al computer mentre scrivo, compiaciuta dal mio stesso senso dell’umorismo come una vera campionessa, e voi quattro stronzi, sempre gli stessi, che mi leggete.

Sono tornata a farmi accecare dalle luci della ribalta per farvi invidia, per raccontarvi di quanto sia bella e divertente la mia esistenza per nulla mediocre, perché in questi mesi di silenzio ho trovato un lavoro che mi soddisfa, sono dimagrita 10 kg e sono riuscita a mantenere una relazione funzionale. Ah, no, aspetta… Mi sa che sto parlando della vita di qualcun altro. Per un attimo mi sono dimenticata che la mia è ancora un cumulo di bestemmie.

L’unica roba buona che ho fatto per cercare di domare il caos che regna nelle quattro pareti del mio cranio è correre. Nel senso fisico del termine, proprio. Nel senso che un giorno ho sognato che correvo e poi mi sono svegliata contenta, diciamo felice. Un po’ come quando sogni di volare e senti il vuoto d’aria nello stomaco.

Era un periodo in cui ero in sbatta. E, tu mi dirai, quando no? Giusta osservazione. Così il giorno dopo sono andata alla Decathlon e ho comprato dei fantastici leggins neri da runner con gli inserti catarifrangenti per non farti tirare sotto, una maglietta rosa shocking e delle scarpe per corridori «principianti». Perché, raga, si sa che l’immagine è l’unica roba che conta.

Il giorno dopo ancora era sabato. Metto la sveglia alle 8:00 e, incredibilmente, mi sveglio e mi alzo. Indosso la tenuta da corritrice principiante. Decido che i leggins mi fanno un bel culo e in generale rimango soddisfatta del risultato: sembro una che sa quello che fa. In effetti, quando andavo in palestra con i pantaloni della tuta di felpa grigia non mi sentivo così motivata. Decido che mi sento figa.

Eppure penso che, a parte un paio di tentativi negli anni seguenti, è dalle superiori che non corro, dai tempi in cui la mia prof.ssa di ed. fisica mi diede un cinque di incoraggiamento nel test di Cooper che, evidentemente, non avevo superato. Anzi, diciamo pure che avevo fallito in modo misero e forse mi sarei meritata un 3, ma in fondo le facevo un po’ pena. In quinta superiore, dopo una prova di salto in lungo altrettanto fallimentare, il nostro rapporto si concluse con uno sconsolato: «Galbusera, non so più cosa fare con te».

Anna, guarda, detto tra me e te: son passati dieci anni e manco io so più cosa fare con me. Quindi vai tra: non eri tu, ero io.

Comunque alle 9:00 sono fuori di casa e mi dirigo alla fermata dell’autobus. Sì, raga, se vivi in città è probabile che tu debba prendere dei mezzi di trasporto per arrivare in un luogo dove puoi fare dell’attività fisica, nel caso specifico un parco in cui correre, nel caso specifico il Retiro.

Comunque credo che i disainer di moda della Decathlon siano consapevoli della situa, perché hanno applicato un fantastico taschino funzionale che quando indossi i leggins da runner ti rimane ad altezza «proprio sopra al culo» e in cui ci stanno giusto l’abbonamento ai trasporti pubblici e le chiavi di casa. È bello quando la gente fa delle cose per meritarsi lo stipendio.

Alle 9:30 sono dentro al parco e mi guardo intorno, incerta sul da farsi. Mi stiro un po’ i muscoli e sono già in difficoltà. Mi guardo ancora un po’ in giro come una che si è trovata a passare di lì per caso e alla fine mi dico: «Va be’, già che siamo qua…».

E inizio ad andare.

I primi dieci minuti sono in affanno. L’unica roba che mi fa tirare avanti è la playlist di rap che mi sono creata su Spotify con le canzoni che mi fanno più volare ultimamente. L’ho chiamata «Correre» perché sono un botto originale. Al minuto 12, ovvero una volta superata la soglia de «il trauma del test di Cooper», cambia tutto. Le gambe si sciolgono, il fiato si regolarizza. Sto volando, raga.

Mi sento come la figa bionda con la coda di una qualche pubblicità di una qualche marca di abbigliamento sportivo che prende nome da una divinità greca. Sì, le fighe sono sempre bionde e quando vanno a correre hanno sempre la coda, che oscilla in perfetta armonia con il loro passo elegante.

Poi, però, faccio l’errore di buttare un occhio alla mia ombra sull’asfalto. Allora scopro che il mio passo è, invece, imbarazzante e probabilmente andrei più veloce se strisciassi. Decido che non me ne frega un cazzo.

Penso all’episodio di Friends, che ho rivisto in replica un numero di volte che non dovrebbe essere legale, in cui Rachel e Phoebe vanno a correre insieme. Phoebe, che è una pazza vera, corre nella maniera che più si addice al personaggio e che si potrebbe definire quantomeno «sgangherata». Lo fa perché dice che correre così è liberatorio e anche un po’ divertente. Rachel, che è una figa di legno, prova imbarazzo e decide di non andare più a correre con la socia. Segue discussione tra le due. Segue un giorno in cui Rachel è particolarmente in sbatta e decide di andare a correre per non sparare fuori (ecco, in questo parallelismo io sarei Jennifer Aniston. In fondo un po’ ci assomigliamo. Nel colore delle punte dei capelli, tipo. Jenny, colgo l’occasione per dirti che, per qualsiasi roba, conta pure su di me. Non so, uno scambio di idee, o di liquidi corporei, o di ex mariti… Fammi uno squillo, insomma). Fatto sta che quel giorno si ricorda di quella bricconcella di Phoebe: si mette a correre anche lei in modo sgangherato e si prende bene.

Pure io mi sono presa bene. Alla fine corro mezz’ora e, quando mi fermo, mi sparo un selfazzo «after running» (tipo un after sex, ma un po’ meno divertente) e lo posto su Instagram perché, ne abbiamo già parlato, in questi tempi moderni se non fai una storia su Instagram è come se non fosse successo. Dopo quell’Instastory ho ricevuto un sacco di messaggi privati da parte dei miei fans che manco fosse il mio compleanno. Grazie, raga, VVB. In particolare, il mio amico Andrea P. mi ha scritto: «E comunque dopo una corsa sei più tra» (cit. testuale).

C’è solo una roba che mi ha lasciato perplessa di tutta ‘sta faccenda dell’andare a correre e una sera ne ho parlato con il mio amico Adolf, altro corridore amatoriale.

La situa è andata più o meno così (versione romanzata).

Adolf: «Glori, ho visto su Instagram che ultimamente sei presa bene con l’andare a correre. A tope».

Io: «Sì, Adolf, guarda, lo faccio più per la testa che per il fisico, per non sparare fuori. No, sai, perché a sentir parlare quelli che vanno a correre serio, sembra che ti liberi la testa, cioè ti aiuti a pensare con più chiarezza… Io sinceramente mi aspettavo come minimo una rivelazione mistica, non so… Un’idea geniale per diventare ricca, tipo. E invece mi sono accorta che mentre corro non penso a nulla. Tipo encefalogramma piatto. Tipo ruminante che fissa le rotaie. ‘Na roba così, insomma».

Adolf: «Sì, Glori, guarda, anche a me succedeva quando andavo a correre. Non pensavo a nulla, solo a cercare di resistere e andare avanti».

Questa frase del mio bestie mi ha fatto riflettere. Forse è quella la chiave: smettere di pensare e concentrarsi solo sulla respirazione. In fondo, è lo stesso che ti insegnano nelle prime lezioni di meditazione. Quindi ultimamente lo schema che ho applicato anche ad altri ambiti della mia vita a parte la corsa è il seguente: non pensare, respirare, resistere e andare avanti.

Adolf: «Va be’, Glori, ma comunque… Tu come stai?».

E la domanda del mio interlocutore non era semplice cortesia. Me lo chiedeva perché sapeva che il giorno prima mi ero mollata con la tipella (di nuovo) e lui sapeva che io sapevo che lui sapeva… Ma questa è un’altra storia.

Dedicato a tutti quelli che vanno a correre per non sparare fuori.

La rubrica per andare tra (e non sparare fuori): i 5 peggio propositi per l’anno nuovo

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Sì, miei cari milioni di followers, in occasione dell’inizio di questo 2019 vi voglio proporre la mia personalissima classifica dei 5 peggio propositi per l’anno nuovo perché tutti, e dico TUTTI, almeno una volta abbiamo detto che «Basta, mo dall’anno prossimo… (segue una cazzata che non rispetterete mai a vostra scelta)», frase pronunciata di solito in data 31 dicembre di un anno qualsiasi a un ora qualsiasi compresa tra le 10 del mattino e le sei del mattino del giorno dopo, quando ormai avete bevuto troppi gin tonic e non siete manco più in grado di scandire le parole e più che qualcosa di senso compiuto state sbiasciando una cozzaglia di suoni vocalici.

1) QUEST’ANNO SMETTO DI FUMARE

Raga, boh… Fumate da quando avete 13 anni e adesso ne avete 37… Vi sembra un proposito verosimile?! Che mo io non ho che voglio distruggervi i sogni fin dal principio, però dai, fate i seri.

Come fai a smettere di fumare che ti fumi un pacchetto al giorno da più di 10 anni?! E loro (quei pazzi che normalmente si autoimpongono questo proposito spronati di madri, mogli e fidanzate) ti dicono che vai tra, domani vanno a (segue il nome di un centro commerciale a vostra scelta) e si comprano la sigaretta elettronica perché la tipa del loro cugino di secondo grado ce l’ha e dice che funziona. Andate tra che ‘sti fenomeni li rivedrete tutti il prossimo week end fuori dal loro locale prefe a sizzare come stronzi, ancora più sbronzi di come li avete letteralmente scaricati nel vialetto di casa loro alle 6:45 dell’1/01/’19.

(A questo punto, potrei anche tirare in ballo il proposito “quest’anno smetto di bere”, ma, dai, sto cercando di essere il più realista possibile).

Detto ciò, anche mia cognata ha regalato la sigaretta elettronica a mio fratello. Dario, vai tra, tu sarai l’eccezione a questa regola dei buoni propositi, soprattutto perché hai iniziato giorni e settimane prima del 31 dicembre. Quella è la chiave. Vai, crediamo in te.

2) QUEST’ANNO DIVENTO RICCO

Raga, dico a voi che avete il coraggio di pronunciare questa frase… Forse è meglio se tornate con i piedi per terra e cercate di smettere di fumare.

Perché andate tra che se un genio come me non è ancora riuscito a farsi venire una cazzo di idea brillante per fare cash a palate, non cela farete manco voi. E con “cash a palate” intendo roba da money rain, combo caviale-champagne, lenzuola leopardate di seta, jacuzzi in camera da letto che poi non è la camera, ma è tutta la casa perché ho talmente tanti cash da potermi permettere un attico open space con terrazza chilometrica da cui posso ammirare lo skyline di una città a mia scelta in piano stile Ferragnez (uè, Chiarona, era tanto che non ti nominavo) e, per concludere, schiavi mezzi nudi che mi fanno aria con dei rami di palma, perché lo stile prima di tutto.

Ecco, raga, quindi smettetela subito di scervellarvi e lasciate perdere ‘ste smanie da nuovi ricchi che se poi davvero ce la fate prima di me, vengo a prendervi con le lame sotto quell’attico del cazzo che ora chiamate casa.

3) QUEST’ANNO MI TROVO LA TIPA/ IL TIPO

Madonna, oh, ve lo giuro che vivo circondata da gente che c’ha ‘sta paranoia. Uomini, donne, etero e soprattutto gay. Raga, ve lo giuro, mi fate sparare fuori. Soprattutto perché lo sapete dove cercano il loro grande amore di ‘stocazzo che riempirà la loro giornate del 2019?! Sul Grinder/Tinder. Sì, sì, avete capito bene. E so che anche voi state pensando: «Sì, va be’, ma allora di cosa cazzo stiamo parlando?!».

È esattamente quello che penso o ogni volta che vengo a lamentarsi del fatto che quello stronzo (perché, come ho detto, nel mio caso specifico parlo di donne etero e uomini gay) gli ha dato buca al secondo appuntamento, o ha detto che non vuole niente di serio, che non sei tu sono io etc. etc.

Sì, ok, ma questo stronzo ti ricordo che l’hai conosciuto sul Grinder/Tinder… COSA CAZZO TI ASPETTAVI?! Cos’è, a te che rompi tanto il cazzo non te l’hanno spiegato che ‘sto tipo di App serve solo ed esclusivamente per scopare?! Scuole speciali pure tu?!

Raga, ve lo giuro, devo ascoltare storie del genere tutti i sacrosantissimi giorni. TUTTI. Osa vi ci vuole a capire che se state cercando il vostro fottuto principe azzurro, lo state cercando nel posto sbagliato?! È come andare dal macellaio a chiedergli se ha le salsicce vegane e poi magari incazzarsi pure quando quel simpatico signore ti spiega che no e che mah, chi lo sa, forse non hai capito tanto bene come gira il mondo.

O, l’altra opzione è che siete talmente pesanti con ‘sto argomento del matrimonio, i figli e l’amore per sempre che li fate scappare tutti a gambe levate, Grinder o non Grinder. Perché se pure con loro siete così intensi con ‘sta storia come lo siete con i vostri soci (tipo con me, per fare un esempio del cazzo), ci credo che questi dopo il primo appuntamento non si facciano mai più trovare manco fossero all’improvviso spariti dalla faccia della Terra.

Che poi qual è il problema di essere single? Io faccio la fidanzata almeno 40 ore alla settimana, tipo lavoro full time, e vi assicuro che spacco il cazzo tantissimo. E non è che io sono un’eccezione. No, tutte/i le/i fidanzate/i del mondo sono come me, è la nostra prerogativa spaccare il cazzo, altrimenti saremmo solo amici.

Quindi, vi prego, single disperati di tutto il mondo: unitevi, copulate e smettetela di imparanoiarvi con ‘sta situa del tipo o della tipa.

Come direbbe mia madre, quando deve arrivare, arriva. E se poi, alla fine, non arriva… Forse il problema siete voi davvero e allora il vostro proposito per l’anno 2019 dovrebbe essere “quest’anno sarò una persona migliore e scasserò meno il cazzo”. Non so, eh, la butto lì…

4 e 5) QUEST’ANNO DIMAGRISCO/MI ISCRIVO IN PALESTRA

Raga, stiamo parlando di un binomio indissolubile. E se non avete pronunciato almeno una di queste due frasi è perché o avete un metabolismo veloce o in palestra ci andate già e quindi avete finito le stronzate a cui appigliarvi.

Io, personalmente, non faccio di certo parte della prima categoria, ma della seconda sì. Non mi dilungherò molto sul tema visto che ne ho già parlato dettagliatamente in altri articoli. Dico solo che erano anni che non mi proponevo di dimagrire, diciamo che ci ho provato, non ce l’ho fatto e poi ho gettato la spugna, ma dopo il mio incontro ravvicinato con Edna, sarò costretta a riprovarci di nuovo e a far fruttare l’abbonamento da 25.99 euro al mese che ho fatto nel 2016 per andarci una cosa tipo 6 mesi all’anno.

Tutto ciò a partire dal 2 gennaio, quello sì, che il 31 penso bere non come se non ci fosse un domani, ma quasi e l’1 penso di dormire tipo tutto il giorno.

Detto ciò, se non siete in sovrappeso di almeno 10kg come me e non avete una ginecologa rompicazzo… Raga, allora lasciate perdere ‘sto proposito del cazzo che tanto, come detto nel punto precedente, non è per questo che non vi trovate il tipo. È perché siete pesanti nell’anima e non nel corpo, deal with it e vaffanculo alle paranoie.

 

Ora è il momento, miei cari mille mila lettori, che vi annuncio che questo è l’ultimo articolo del mio blog… Almeno per un periodo… No, dai, non fate così, non piangete… È solo per un po’, ma poi torno. È che devo fare cose, vedere ggente… Dai, poi ti spiego. E se non ci sentiamo prima, buon anno, eh. Cià, cià.

La rubrica per andare tra (e non sparare fuori): i 5 peggio regali

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Ehilà, miei cari milioni di followers, come state? Fatto il pranzo di Natale? E Santo Stefano? Siete ingrassati di almeno 5 kg negli ultimi due giorni? Io no.

No, perché quest’anno non sono potuta tornare a casa per le feste. E va be’, raga, dopo 27 Natali in famiglia, prima o poi doveva capitare…

Il lato positivo, forse l’unico, della situa è che mi sono tolta dalla minchia l’incombenza dei regali. Non che in generali ne facessi molti, eh, perché, sai, la lontananza, la povertà, i «massì, se vedo che poi lui/lei me lo fa, al suo compleanno glene faccio due», ma soprattutto i «cazzo mene» sono tutti fattori che con gli anni mi hanno portato a ridurre considerevolmente l’acquisto di regali. Ciononostante, ci sono sempre due o tre persone tra amici e parenti a cui non puoi sottrarti di fare un regalo.

Il problema principale dei regali di Natale devo dire che è l’originalità (insieme al budget davvero limitato, per lo meno nel mio caso). Dia, lo sappiamo tutti che alla fine sono sempre le stesse idee-regalo che, gira e rigira, si ripetono negli anni.

Per questo, ho deciso di stilare una classifica dei 5 peggio regali di sempre e dico «i peggio» perché mi riferisco a quei regali che quando li ricevi, in fondo, ti fanno bestemmiare durissimo, ma che noi stessi abbiamo fatto ad altri almeno una volta nella vita.

1 L’INTIMO

L’intimo che si regala a Natale si divide in due categorie: l’intimo da bancarella del mercato rionale che ti regala tua nonna che «tanto le mutande servono sempre» e l’intimo zozzo che «questo te lo metti a Capodanno e poi vedi che fuochi d’artificio».

Pessime idee entrambi. La prima, perché se non siete delle vecchiette affabili che hanno ormai superato i 70, non siete in diritto di fare un regalo del genere, la seconda perché, a meno che non siate degli esperti in fatto di erotica, forse è meglio che lasciate decidere ai diretti interessati cosa cazzo mettersi sotto i vestiti a Capodanno. E andate tra che gli esperti dell’arte erotica sono davvero pochi, che qua sembra che sono tutti/e dei trombatori (e delle trombatrici) di stirpe, e poi invece no.

2 LE CALZE

Per le calze vale un po’ lo stesso discorso dell’intimo, anche se negli ultimi anni ho visto fiorire come funghi negozi che si dedicano solo ed esclusivamente alla vendita di calze originali.

Allora la settimana scorsa, quando ero nella merda per gli unici due regali che dovevo fare quest’anno, sono andate in uno di questi negozi di «calze originali».

Raga, vi dirò, alcune erano proprio belle: ce n’era un paio con la riproduzione di un safari, un paio che raffigurava un paesaggio di montagna, ma le mie preferite in assoluto erano quelle che rendevano omaggio allo skyline di Madrid. Ah, che bell’idea. Pr una volta avrei potuto fare bella figura con un regalo che ho sempre considerato una stronzata. Se non fosse stato che ogni paio costava dai 10 euro in su. Oh, ma non è mica tanto, direte voi. No, forse non lo è, ma torniamo sempre al fatto che vostra nonna che ha lavorato a maglia per gli ultimi 40 anni consecutivi, facendo pause solo per mangiare, dormire e andare in bagno, forse ve le potrebbe fare meglio e a costo quasi zero. Il massimo che vi potrebbe chiedere sarà al massimo di andare a trovarla più spesso.

Fatte queste considerazioni, forse 10 euro per un paio di calzini è un prezzo un po’ da sparati fuori. Non so, eh, chiamatemi pazza.

3 LE SMARTBOX

Raga, le Smartbox e similari sono il regalo più gettonato di tutti i fidanzati e le fidanzate poveri di idee. E andate tra che non vi giudico, anzi, io stessa ho regalato un Smartbox il Natale scorso. Lì per lì, mi sembrava conveniente. Alla fine potevi scegliere tra una o due notti con varie combinazioni di colazione, cena o spa a un prezzo relativamente basso. Un’ottima idea-regalo, insomma.

Ecco, raga, quando state per regalare una Smartbox al vostro lui o alla vostra lei, la domanda chiave da porsi è: e se poi ci molliamo? Perché va bene il pensare positivo e tutte ‘ste stronzate, ma la verità è che 1) il pericolo che una relazione finisca è sempre dietro l’angolo e 2) se poi succede prima che abbiate usufruito della vostra esperienza, passerete giorni interi a bestemmiare fortissimo perché «mo quel/la pezzo/a di merda si è tenuto/a pure la Smartbox che gli/le ho regalato il Natale scorso, spero solo che non ci vada con quel/la FDP perché se poi lo scopro lo vado a prendere sotto casa con le lame e faccio un casino».

Così, giusto per darvi un’idea di quello che potrebbe succedere. Perché nulla è per sempre. Pure le Smartbox dopo due anni scadono, fate un po’ voi.

4 I GIOIELLI

Un regalo ancora più infido della Smartbox. Se siete fidanzati e quest’anno avete deciso di sorprendere il vostro lui o la vostra lei con un gioiello e all’inizio non eravate molto convinti perché sai, chissà poi cosa pensa, come la prende etc. etc., ma poi alla fine chissenefrega e vi siete decisi… Be’, raga, andate tra che è stata un’idea di merda, ve lo assicuro.

Che poi se per gioielli intendiamo un bracciale, degli orecchini, una collana vi è andata ancora bene… Ma se per gioielli intendiamo un anello… Be’, raga, allora siete fottuti. O forse no, forse la vostra tipa sono meglio predisposte verso il fatto di impegnarsi in modo, diciamo così, ufficiale di me e allora vi è andata bene. Ma se quando ha scartato il regalo aveva uno sguardo da Bambi davanti al cacciatore che si posava su ogni presente nella sala da pranzo della vostra bisnonna in cerca di una qualsiasi dimostrazione di solidarietà… Be’, dai, non fatemi finire la frase, che è Natale e siamo tutti più buoni.

Io stessa la settimana scorsa, dopo che la mia tipa mi ha detto che il mio regalo era di una dimensione tale che te lo puoi mettere in tasca (parole testuali), l’unica cosa che ho messo sono state le mani avanti e, dopo trenta secondi di silenzio e tachicardia, le ho detto: «Ok, ma se stiamo parlando di un anello, lascia perdere, ti prego».

Quindi, raga, questo articolo uscirà quando ormai il Natale sarà già passato, ma se per caso avete regalato un anello alla vostra tipa e, per uno strano allineamento dei pianeti, non avete ancora avuto l’occasione di darglielo, fatevi un favore: prendete la macchina e andate a cambiarlo per un porta chiavi, un regalo che incarna la tripla E (estetico, economico ed efficiente) e lasciate perdere anelli e puttanate varie, che siete giovani e avete ancora tutta la vita davanti.

5 I LIBRI

I libri… Alzi la mano chi non ha mai regalato né ricevuto un libro per Natale. Nessuno, vero? C’è da ammettere che, nel momento in cui abbiamo scartato il pacchetto a forma di parallelepipedo che lasciava ben poco spazio alle supposizioni del tipo che forse quell’anno era la volta buona che i tuoi ti regalassero un pony, tutti abbiamo pensato, anche solo per un secondo: «Sì, va be’, che regalo di merda. Forse erano meglio le mutande del mercato».

Invece se poi pensi a tutti i regali di merda e quasi del tutto inutili che si possono fare e ricevere, giungi alla conclusione che con un libro non ti è andata così male. Forse, per la prima volta dopo le scuole medie, è la volta buona che ricominci a leggere, invece di stare stravaccato sul divano a vedere Ex On The Beach che «sì, è una merda, ma ormai voglio vedere come finisce e poi la Lamborghini è figa» (un saluto, Elettra, so che mi segui). Che poi tanto stravaccato ci puoi stare pure se leggi. E magari poi la storia ti intriga e finisce che ti metti a leggere pure sul treno nel tragitto casa –lavoro/scuola invece di perdere il cervello e la pazienza con il Candy Crush.

E se poi va male e il libro che ti hanno regalato ti fa cagare, pazienza, almeno ci hai provato a fare qualcosa di utile per la tua vita e comunque nulla di impedisce di comprarne un altro, magari scelto da te, che ti possa piacere di più. Con tutti i libri che ci sono nel mondo, figurati se non ce n’è qualcuno che ti prende…

Insomma, lungi da me voler fare l’intellettuale di ‘stocazzo (soprattutto ora che gli Instablog di lettura vanno di moda e leggere sembra essere appannaggio esclusivo dei moderni), ma se per caso per i Natali futuri vi troverete in difficoltà con i regali, piuttosto che regalare puttanate inutili o, a volte, pure un po’ squallide come il perizoma inesistente «da mettere a Capodanno», prendete in considerazione i libri come un’idea-regalo non proprio originale, ma perlomeno valida. Che leggere qualche libro, così, anche per sbaglio, male non fa.

 

Per quanto mi riguarda, il regalo formato tascabile si è rivelato essere un minicactus (anzi, due minicactus). Da un lato mi sono chiesta quale fosse il significato recondito di quel regalo (cioè, mi stai dicendo che sono grassa?). Dall’altro, però, ho pensato: «Fiu, meno male».

L’unica roba che un po’ mi scazza è che ora mi dovrò confrontare con la mia assoluta incapacità di mantenere in vita un essere vivente all’infuori di me stessa. Sì, perché per chi non lo sapesse, oltre che avere un talento innato nel far morire i pesci rossi, anche con le piante me la cavo bene. L’ultimo cactus che avevo è morto di disidratazione. Boh, chiamatemi scema, ma dagli studi delle elementari ero convinta che ai cactus non devi dare l’acqua e dopo un mese, quando ho preso in mano la mia piccola pianta grassa, si sono staccate tutte le foglie e ne è rimasto solo un tronchetto striminzito.

Mah, forse alla fine era meglio un anello…

Il giorno in cui ho fatto la cameriera

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Il giorno in cui ho fatto la cameriera non mi aspettavo di vedere cose che dovrebbero essere proibite.

È stato settimana scorsa, mi hanno chiamato per andare a fare un catering, anzi, va be’, facciamo due, uno venerdì sera e uno sabato pomeriggio. Due cocktail, che è la versione fighetta dell’aperitivo dei poveri.

Ho detto di sì, figurati, è dicembre, un po’ di soldi in più fanno comodo. Errore.

Il primo cocktail era nell’ambasciata italiana. Quando l’ho scoperto ho pensato: «Vedi che mo mi trovo in mezzo a gente piena di soldi o si finge tale che ti trattano a calci nel culo solo perché sei lì a servirli».

E invece poi… Ah, no, è andata proprio così.

Era una festa aziendale (figurati, è dicembre, cazzo ti aspetti) di un’impresa tedesca. Ora, tu spiegami perché la festa aziendale di un’impresa tedesca ti viene in mente di organizzarla nell’ambasciata italiana, ma si sa che quando c’hai il cash puoi fare un po’ il cazzo che ti pare.

Va be’, arrivo e in mezza a tutta ‘sta gente chi ti becco? Una tizia che lavorava con me nel mio primo lavoro a Madrid. Anzi, veramente era la mia capa. Insomma, l’ultima persona che vorresti incontrarti a distanza di anni nella situazione in cui lei ricopre il ruolo di impiegata di un’azienda di spessore e tu sei una cameriera del catering. Infatti dentro di me ho bestemmiato fortissimo. Meno male che ha avuto la decenza di far finta di non vedermi e io pure.

Fatto sta che per tutta la sera ho dovuto servire cibo all’apparenza super raffinato a persone all’apparenza super raffinate e dico «all’apparenza» perché lo sappiamo tutti che quando ci sono di mezzo alcol e cibo gratis, nessuno, e dico NESSUNO è raffinato. Infatti i vassoi non facevano in tempo a uscire dalla cucina che venivano presi d’assalto da tutta ‘sta gentaglia con vestiti da mille mila euro che sembrava non mangiassero da mesi. Roba che ti veniva voglia di dirgli: «Raga, andate tra, ce n’è per tutti e comunque a me ‘sta roba non mi sembra che abbia un aspetto così invitante da star qui ad ammazzarsi per cercare di arraffarne un pezzo».

Stiamo parlando di finger food più complessi nel nome che nell’elaborazione, presentati in modo, per così dire, moderno. Vi dico solo che, a distanza di giorni, mi fa ancora male il braccio. Sapete perché? Perché a una certa mi hanno piazzato in mano un vassoio di (cito il nome testuale) imitazione di sasso di formaggio tartufato. Cazzo è, vi starete chiedendo. Be’, praticamente, una pallina di formaggio tartufato colorata di grigio che qualche grandissimo FDP ha avuto l’idea di presentare su un vassoio lungo mezzo metro pieni di sassi veri, per dimostrare la somiglianza tra l’imitazione e l’originale. Wow, che genialata. Soprattutto se poi c’è un povero cameriere che la deve passeggiare in giro per un’ambasciata intera, che, diciamocelo, un’ambasciata può essere molte cose, ma di certo non piccola. E niente, caro il mio chef geniale di ‘sto cazzo… Mi sto ancora chiedendo in che momento tu abbia pensato che fosse una buona idea quella di dare dare a dei camerieri dei vassoi letteralmente pieni di pietre. Se ti piglio, ti rovino.

Più tardi quella sera ho avuto anche l’onore di vedere degli amministratori delegati esibirsi in balletti imbarazzati sulle note di Shakira, probabilmente ubriachi marci, visto che mezz’ora prima sembravano fare a gara a chi arraffava più gin tonic all’open bar. Sai, tanto mica li pagano. Ah, la classe dirigente… Son tutti dei gran Signori finché non arrivano il cibo e l’alcol gratis.

Che poi, guarda, io capisco anche che hai 50 anni e non esci di casa dal 1992, anno in cui è nato il tuo primo figlio, però, raga, non vi sembra che ubriacarsi like no tomorrow alla festa di Natale del lavoro non sia un’ottima idea, comparabile più o meno a caricare dei vassoi di pietre?

Anche io sono stata a delle feste aziendali. La prima è stata al mio terzo mese a Madrid, la cena di Natale del ristorante dove lavoravo da due. Alla cena c’erano le birre gratis (solo le birre perché, comunque, bisogna sempre riaffermare il proprio status di povertà), poi ci sono stati i chupiti in un bar vicino, poi i cocktail e altri chupiti in discoteca. E poi, immancabilmente, è arrivata la puttanata. Eccerto, perché fare cose da ubriachi con qualcuno che lavora con te non è mai una buona idea, Raga, segnatevelo: MAI. Perché in quel momento di delirio alcolico tu non lo sai, ma due giorni dopo quando la sbronza sarà passata e pure i postumi e dovrai tornare al lavoro, gomito a gomito con quello (che, sì, è un figone, ma forse potevi anche evitare), l’unica cosa a cui riuscirai a pensare saranno delle associazioni divinità/animali.

Non contenta, l’anno seguente sono andata a un’altra festa aziendale di un’altra azienda e con altra gente e pure lì ho fatto una puttanata. Con una che si era appena separata dal marito ed era nella fase tipica di «mo che sono stata dieci anni con quel coglione, voglio fare una cosa paxxissima e super trasgressiva come limonare con l’unica tipa dichiaratamente bisessuale che conosco». Insomma, era nella fase dello sparare fuori.

Raga, che ricordi, che tempi e quanto imbarazzo. Meno male che quest’anno ho gentilmente declinato l’invito alla cena di Natale del mio attuale lavoro.

Forse i grandi CEO di oggi ‘ste robe non le sanno e lunedì saranno andati al lavoro anche loro bestemmiando al solo pensiero della collega tardona con cui hanno limonato nel bagno dell’ambasciata italiana venerdì scorso.

Il cocktail del sabato devo dire che è stato più dignitoso. Era in una tenuta ultra fighetta fuori Madrid che io ho raggiungo assieme a un’altra cameriera del catering, una techno raver dei gloriosi primi anni 2000 alla guida di un’Opel Astra che non avrebbe sfigurato sulla scena del crimine di una rapida in banca. Non potevamo essere più fuori posto, insomma. Ci hanno fatto dei cerotti color carne per coprire gli orecchini. Sai, per non farceli togliere. E niente, nel 2018, immaginati quanta gente, ragazzi e ragazze, tra i 18 e i 38 anni, sono rimasti senza cerotti nelle orecchie. Nessuno. Raga, forse a sto punto era più elegante lasciare i vari piercing alla vista al posto di ‘sta trovata squallida. Non so, chiamatemi scema, eh.

Anche lì, la gente (che, c’è da ammettere, era molto meno chic della sera prima) ha perso ogni briciolo di dignità quando ha visto circolare i primi vassoi di finger food.

Io, in un impeto di emozione, ho pure rovesciato un vassoio di birre e quasi facevo la doccia alla tipa meglio vestita di tutta la sala. Il che mi ha riportato a quella magica sera di tre anni fa quando ancora lavoravo al bar del paesello e sono inciampata in un tronco con un vassoio di bicchieri vuoti in mano. Eccerto, chi è che non ha un tronco buttato lì alla cazzo di cane nel bel mezzo del dehors del proprio bar. Mi ero accasciata sul tronco e avevo rovesciato tutto. Ovviamente, il bar era pieno. Io ero scoppiata a piangere e il mio capo mi aveva detto di andare tra, che non era mica successo niente. Poverino, non sapeva che dei suoi bicchieri non me ne fregava un cazzo e che quattro ore prima la mia ex mi aveva mollato. Per telefono, figurati… Le cose fatte bene mai, mi raccomando.

Dedicato a quelli che sono andati o andranno a qualche cena aziendale e magari faranno una puttanata, indotti dal cibo e soprattutto dall’alcol gratis, per poi pentirsene amaramente il lunedì seguente e bestemmiare fortissimo. Fatemi un favore, per lo meno: qualunque cosa dovesse succedere, non trattate i camerieri come dei pezzenti.

 

PS: Ieri sera ci ha abbandonato un altro pesce rosso. RIP Cabroncete, insegna alle anime perse come si nuota in una boccia per pesci (cit. poco originale), nella speranza che il tuo successore duri più di te, che se no di questo passo potrei iniziare a pensare che il problema non siete voi, sono io.

Il giorno in cui mi sono messa a dieta

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Il giorno in cui mi sono messa a dieta, non me l’aspettavo.

Cioè, non è che non mi aspettavo di essere grassa, ce li ho gli specchi in casa. Comunque, a onor del vero, non mi sono ancora messa a dieta, ma succederà. Presto, prestissimo. Sì, perché è successo che praticamente la settimana scorsa sono andata dalla ginecologa. Che cazzo c’entra, penserete voi, infatti pure io pensavo che non c’entrasse un cazzo, ma invece… Mo vi spiego.

Allora, sono andata da ‘sta ginecologa perché non mi venivano le mie cose da un po’, e con un po’ intendo mesi, tipo da agosto. Sbatta, insomma (e se non fossi stata strasicura di non essere incinta sarebbe stata sbattissima). Va be’, prendo l’appuntamento a ottobre, me lo danno a dicembre e fin qui tutto regolare. Il giorno dell’appuntamento vado, mi siedo in sala d’aspetto e mi si avvicina un’infermiera grassa (raga, era grassa) e simpatica. Lo sa il cazzo perché quelli grassi devono per forza fare i simpatici. Mi chiede davanti a tutti se sono incinta. Le dico di no. Mi chiede se sono sicura. Le dico di sì, al che mi guarda con quello sguardo da «Ah regazzi’, alla tua età non hai ancora capito che nulla è certo, soprattutto quando si parla di gravidanze?!». Quindi mi vedo costretta a spiegarle la situa. Solo allora conviene con me sull’impossibilità del fatto che io sia incinta. Ah, che bello raccontare i cazzi tuoi in una sala d’aspetto piena di donne incinte, la maggior parte straniere come me, e bambini minuscoli.

«Ok, allora la dottoressa ti deve fare una visita. Vai a fare la pipì» mi dice.

Sguardi interrogativi da parte mia: «In che senso?».

Mi regala un sorriso di compassione: «Devi fare la pipì».

«Ma… La devo fare in qualche contenitore?».

«Sì, nel water» mi spiega, come se fossi affetta da un qualche ritardo mentale.

Va be’, insomma, signora, se lei mi dice che devo pisciare, allora vado a pisciare, no problem.

Vado in bagno, torno e la mia simpatica amica infermiera mi fa entrare nella sala della dottoressa, che è la versione alta di Edna Mode degli Incredibili (se non sapete chi è, cercatela nell’internet che fa ridere).

La ginecologa mi fa le stesse domande, io do le stesse risposte. Ribadisco di nuovo l’impossibilità di una mia gravidanza. Stessa scena, stesso sguardo, io che penso «Madonna, sei la terza ginecologa che vedo in tre anni e ogni volta devo fare un cazzo di coming out, come se fosse divertente, poi».

Mi chiede quanto fumo. Non SE fumo, ma quanto. Le dico che ho smesso, da un anno. Non ci crede, dice che puzzo di sizza, che lo sente da quando sono entrata.

«Sarà fumo passivo, allora» sentenzia.

E, sarà, io che cazzo ti devo dire. Scusa se non vivo in una camera iperbarica e ho il brutto vizio di andare in giro per strada, nei bar e relazionarmi con della gente adulta che decide di fumare anche se sa che fa male. Cercherò di smettere e di chiudermi in casa, tanto vai tra che l’umanità mi stava già sul cazzo da prima, quindi non dovrebbe essere troppo difficile.

Da lì è un susseguirsi di togliti i vestiti, sdraiati sul lettino con le gambe spalancate, palpeggiamenti intimi senza nemmeno offrirmi a un gin tonic preliminare etc. etc.

Alla fine Edna si toglie i guanti, mi dice di rivestirmi e mi dice quello che già sapevo dalle mie ricerche sull’internet (piccolo indizio: non è una gravidanza). Scusa, Edna, ma è talmente facile ottenere una laurea in ginecologia che pure una cogliona come me può autodiagnosticarsi dopo aver letto un paio di articoli scelti a caso nel marasma delle puttanate virtuali? No, sai, io pensavo che fare le ricerche su internet dei propri sintomi fosse da sconsigliarsi, visto che di solito si finisce con ipotizzare sempre il peggio tipo una morte imminente o una malattia incurabile. Nel mio caso non è né una opzione né l’altra, però, insomma, poteva andare meglio, diciamo.

Fatto sta che alla fine mi dice: «E comunque ti devi mettere a dieta, ti do le carte per andare dal medico della mutua, digli di mandarti dal nutrizionista».

Altri sguardi interrogativi da parte mia: «Ma… Pure il nutrizionista è della mutua?».

Il sottomessaggio era: no, sai, perché io non ho un euro bucato e da dove vengo i nutrizionisti ti chiedono tipo 100 euro a botta, quindi vedi di andare tra che non me lo posso permettere.

Altri sguardi di compassione da parte sua, che, al contrario dell’infermiera simpatica, non sorride. Sai, lei è una donna tutta d’un pezzo.

«Sì, anche il nutrizionista è della mutua. Non lo devi pagare».

Sottomessaggio: oltre che grassa, sei pure povera. Che pena che mi fai.

Il nostro incontro si conclude con il suo affermare la seguente frase: «Tanto tu hai forza di volontà, giusto? Se ce l’hai avuta per smettere di fumare, ce l’hai pure per dimagrire».

E niente, Edna, medi alzati e vaffanculo pure per te.

Cos’è, a te non te l’hanno spiegato che è dicembre? Cos’è, non lo sai che mettersi a dieta a dicembre è illegale in almeno sei Stati? Dai, fai la seria. Che poi cosa credi, che è la prima volta che mi metto a dieta? Ho talmente tanta esperienza in fatto di diete che ‘sto minchia di blog lo potevo chiamare Blog per non sparare fuori quando sei a dieta.

Raga, che sbatta la dieta, ve lo giuro. Devi pesare le cose, devi smettere di bere, ma soprattutto devi andare in palestra. La gente triste va in palestra, quella felice mangia. È inutile che stiamo qui a raccontarci le puttanate, è così e basta.

Tutta ‘sta gente sportiva che la domenica si alza alle 6 e va a scalare le montagne, a fare il giro della Brianza di corsa, a attraversare i laghi a nuoto… Raga, siete degli sparati fuori. Deal with it. Mi disp che nessuno vi abbia informati prima. E ve lo dice una che ha lavorato alla Decathlon per ben due mesi quando aveva 18 anni, quindi ha tutte le carte in regola per essere considerata una sportiva. Anche perché al colloquio avevo dovuto parlare di una mia esperienza sportiva significativa. Ho raccontato di quando in prima superiore ci hanno portato in gita quattro giorni in Trentino a fare orienteering. Ho omesso la parte in cui io e un altro gruppo di stronzi non riuscivamo più a uscire bosco perché uno stronzo x aveva nascosto una lanterna e noi che venivamo dopo di lui ci eravamo persi per cercarla perché non era nel punto segnato sulla cazzo di mappa (solo quelli che c’erano sanno).

Anche Edna mi ha chiesto se mi piace fare sport. No, mia cara amica, fare sport mi fa cagare, solo che non è socialmente accettabile dirlo. Preferisco sparare stronzate, o al massimo scriverle. Ma fare uno sport qualsiasi mi fa schifo e io stessa faccio schifo nel fare sport, quindi, come vedi, è uno starsi sul cazzo reciproco. Per questo sono iscritta in palestra, perché solo quelli a cui fa cagare lo sport sono iscritti in palestra, solo per sentirsi a posto con la coscienza. Tanto poi mica ci andiamo, sei fuori.

Che poi le rare volte che ci vai vedi le tipe che pesano un quarto di te e si sbattono di brutto e tu non capisci se sono così in forma perché si fanno un culo così in palestra o il culo è solo genetico e quando prendi in considerazione quest’ultima eventualità inizi a pensare che allora che cazzo ci vengono a fare in palestra, io se avessi il loro fisico me ne stare sdraiata sul divano, però poi a forza di stare sdraiata ingrasserei, quindi inizierei a venire in palestra etc. etc. ed entri in un cazzo di circolo vizioso in cui la unica certezza è che quelle tipe con il culo perfetto, di qualsiasi culo si tratti, ti stanno sul cazzo e ancora di più ti sta venire in ‘sto posto a sudare quando potresti startene a casa a non fare un beneamato. Poi ti viene pure in mente che all’uscita dalla palestra ti aspetta una fantastica cena a base di petto di pollo e broccoli e bestemmi fortissimo. Perché, nel caso siate così fortunati de non essere mai stati a dieta nella vostra vita, sappiate che tutte, ma proprio TUTTE le cazzo di diete del mondo prevedono almeno un paio di volte alla settimana il petto di pollo ai ferri con poco sale e i broccoli bolliti.

Dedicato alle infermiere e agli infermieri, alle ginecologhe e ai ginecologi, alle fumatrici e ai fumatori, alle sportive e agli sportivi, ma soprattutto a quelli nati con un patrimonio genetico sbagliato che la mattina si svegliano, pensano che oggi è martedì e, secondo la loro dieta, è il giorno della combo palestra-petto di pollo-broccoli e bestemmiano fortissimo.

 

 

Il giorno in cui sono diventata omofoba

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Il giorno in cui sono diventata omofoba… No, raga, sto scherzando.

Non posso essere omofoba, ho un sacco di amici gay. Ah, non funziona così? No, perché vista la quantità di gente che dice ‘sta cosa, ormai pensavo di dominio pubblico che la quantità di amici gay di un individuo è inversamente proporzionale al suo livello di omofobia.

Io, comunque, ho davvero un sacco di amici gay, che sia messo a verbale. Pure io sono un po’ così, mezza gaia, quindi vale doppio. E sapete di cosa parliamo spesso io e i miei amici gay? Di quanto altri componenti della comunità lgbtq+ ci stiano sul cazzo. Sì, perché al giorno d’oggi sembra che per fare parte di un qualsiasi tipo di “comunità” tu debba per forza incarnare un qualche tipo di personaggio.

Per esempio, segue un elenco dei personaggi stereotipati della comunità lgbtq+ madrileña (e probabilmente mondiale):

  • la marica mala, un uomo gay tendenzialmente giovane e molto teatrale; vestiti sgargianti, parla di se stesso e dei suoi amichetti (spesso teatrali come lui) al femminile, spesso e volentieri esibisce malvagità e poca o zero empatia nei confronti del resto dell’umanità;
  • l’osito (ndr l’orsetto), uomo dai 30 anni in su di stazza imponente, calvo con la barba, gli piace vestirsi di pelle sintetica;
  • la camionera (ndr la camionista), donna lesbica di qualsiasi età, capelli corti, spesso e volentieri sfoggia tagli che andavano di moda negli anni ’80 – ’90 e vestiti brutti;
  • gli outsider aka la gente normale.

Raga, ma è davvero necessario fare parte in una di queste categorie per essere considerati all’altezza della comunità? Perché a volte sembra proprio di sì. E tutta ‘sta gente stereotipata mi fa incazzare. Che poi, chiariamoci, a me sembra stupendo che tu, ragazza dai capelli orrendi e vestiti ancora di più, vada in giro così perché ne senti il bisogno, perché la tua pettinatura e le tue camicie a quadri ti fanno stare bene con te stessa, ma non si deve trattare di una divisa, non ti devi tagliare i capelli in quel modo e metterti quelle camicie per sentirti parte di qualcosa. Perché allora, se è così che funziona, la conseguenza del tuo andare in giro con quella divisa ufficiosa è che io, che vado in giro con i capelli lunghi e le gonne perché mi piacciono, non faccio parte della tua crew, ovvero della tua comunità, ovvero in questo caso della comunità lgbtq+. E lì sì che mi incazzo, alzo la mano e smetto di essere d’accordo, perché ‘sta situa non deve diventare una gara tra me e te a chi ha visto più fighe. Se si vuole la libertà, deve essere una libertà totale, non stereotipata.

Io, ribadisco, cerco di riporre tutta la mia fiducia nel libero arbitrio, del tipo “che faccia qual cazzo che gli pare nei limiti del rispetto degli altri”, ma vi giuro che ‘sta roba di autostereotiparsi mi sta sul cazzo. E questa cosa di alimentare gli stereotipi, alla fin fine, è ciò che alimenta l’idea sbagliata che hanno di noi quei quattro stronzi omofobi. Che poi quattro non sono. Lo sappiamo tutti che, nonostante sia il cazzo di 2018, il numero di persone che continua a usare luoghi comuni per schierarsi contro la comunità lgbtq+ è tanto elevato che dovrebbe essere dichiarato illegale. Allora, magari, potremmo prendere in considerazione il fatto di non alimentare noi stessi quei luoghi comuni. È un suggerimento, eh, giusto per sparare una cazzata. Chiamatemi loca

Per esempio, un po’ di tempo fa sono stata a due presentazioni di libri differenti uno stesso pomeriggio. Entrambi i libri erano scritti da lesbiche.

Il primo libro era una storia su un’ipotetica invasione di zombie (roba di tutti i giorni, insomma) a cui si opponevano due tipe che poi a una certa erano anche fidanzate. Una roba un po’ da nerd, insomma, ma comunque… Eravamo in una caffetteria, la maggior parte delle persone presenti erano ragazze sui 20 e avevano organizzato una specie di teatrino tra un’attrice e la scrittrice per presentare la storia. Raga, non proprio il mio genere di libro, ma alla fine mi è pure piaciuta la situazione, mi è sembrata originale.

La seconda presentazione era in un centro culturale lgbtq+, il pubblico era costituito da donne sui 40/50 se non anche 60 e il libro parlava di una poliziotta lesbica che, se non sbaglio, doveva risolvere un caso nella Hollywood del dopoguerra. La scrittrice, se posso dire, mi è stata sul cazzo dal minuto due: troppo piena di sé, autocelebrava i personaggi che lei stessa aveva creato. Mi è stato sul cazzo anche il fatto di voler ribadire la parola lesbica ogni 3-4 parole, ma va be’, capivo che lo facesse perché aveva un senso ai fini della storia che voleva raccontare.

Fatto sta che quasi fin da subito ‘sta presentazione si è trasformata, da un momento all’altro, in una discussione di due ore sui diritti dei gay.

Ragazze, ma io vi chiedo… Era proprio necessario impegolarci in una situa del genere dalle 20 alle 22 di un venerdì sera, senza nemmeno una goccia d’alcol in corpo, quando io invece pensavo di venire a sentire la presentazione di una storia di narrativa, inventata da qualcuno che non me ne frega un cazzo che sia etero, gay, uomo, donna, nero o bianco?! Volevo solo sentire parlare di un libro. E invece no, abbiamo dovuto fare le super impegnate pure stavolta. Perché al giorno d’oggi se non sei una cazzo di attivista per i diritti dei gay, delle donne, degli animali non sei un cazzo di nessuno. Be’, raga, lasciate che vi riveli un segreto: non tutti siamo attivisti, non tutti ne abbiamo la stoffa e il carattere. Io, per esempio, non lo sono. Sono troppo pigra, svogliata, troppo poco convinta delle idee troppo radicali in generale e delle mie stesse idee in particolare, troppo timida per espormi, troppo critica nei confronti di tipo chiunque. Ciò, però, non significa che sono meno femmina, più etero o che vado in giro a sgozzare i gattini.

Non so, amiche lgbtq+, forse, e dico FORSE, in quell’occasione avete un po’ sparato fuori.

Che poi io capisco che un discorso del genere possa fare incazzare quelli che si sono battuti 30 o 20 o 10 o 2 anni fa per diritti di cui io ora godo e per cui non ho mosso un dito e, vi giuro, che vi rispetto per questo, ma non possiamo trasformare tutto in un’occasione per parlarne e rinfacciarlo.

Capisco anche che mi si possa muovere la critica che io non so cosa significhi vivere un infanzia/adolescenza nei panni di una persona gay, perché è vero, io avevo 23 anni quando mi sono avvicinata per la prima volta a una ragazza e prima non avevo nemmeno preso in considerazione tale eventualità. Però, raga, vi faccio anche notare che, ciononostante, pure per me è arrivato il momento in cui ho dovuto fare coming out con famiglia e amici, e pure per me è stato un momento relativamente del cazzo che, se avessi potuto scegliere, avrei evitato volentieri.

Quindi mi chiedo: è verosimile che una persona gay si svegli la mattina e il suo primo pensiero sia “oddio, sono gay”? Secondo me, a meno che questa persona non viva in uno stato di ansia permanente per la sua sessualità, dato magari da un ambiente spiccatamente omofobo, la risposta è no. Io mi sveglio la mattina e il mio primo pensiero è “che palle, pure oggi devo andare a lavorare anche se mi fa cagare” e non “oddio, pure stanotte ho dormito con una tipa, brucerò negli Inferi per il resto dell’eternità”.

Non so, raga, so che è impopolare dirlo, ma a volte ‘sta roba della lotta per i diritti lgbtq+ mi sembra un po’ anacronistica o comunque innecessaria un venerdì sera alla presentazione di un romanzo. Forse dovremmo noi per primi dovremmo smettere di parlare di “persone gay” e iniziare a parlare semplicemente di “persone”. Non è questa la base dell’uguaglianza?! Anche qui, chiamatemi pazza, ma forse dovremmo semplicemente andare tutti un po’ più tra.

Sono temi di cui, alla fine, pure io parlo spesso e giusto quella sera in cui sono andata allo spettacolo di Drag Queen (che, a voler essere onesti e scassa cazzo, è un’altra categoria superstereotipata) ho espresso il mio pensiero a AS e anche lui, investito dell’autorità di poter esprimere una propria opinione sul tema lgtbq+ in quanto giovane uomo gay fuori da luoghi comuni, mi ha detto che non sente la necessità di parlare 24/7 della sua sessualità e ciò non significa che se ne vergogna, ma semplicemente che è una persona riservata. So che nell’immaginario comune di quei quattro stronzi omofobi citati prima un giovane gay dovrebbe parlare di sé al femminile e vantarsi della sua promiscuità sessuale, ma, come vi ho già spiegato, non siamo tutti così. E gente come me, come AS, come altre mille mila persone ne sono la prova.

Poi anche all’interno della stessa comunità lgbtq+ ci sono rivalità idiote, cosa credete. A me un tipo gay sui 40 anni durante una sfilata del Pride mi ha detto: «Certo, e chetticredi, siamo stati noi gay a conquistare tutti i diritti di cui ora godiamo, mica le lesbiche».

«Scusa,» gli ho fatto notare «ma anche le lesbiche, tecnicamente sono gay. Ci sono gli uomini gay, comunemente riassunti nella categoria dei “gay”, e le donne gay, comunemente definite “lesbiche”».

«No,» ribadisce convinto lui «i gay sono solo gli uomini e le lesbiche sono le donne, e loro non hanno fatto un cazzo nella lotta per i diritti».

E tu, di fronte a un’affermazione del genere, cosa ti senti di ribattere? Niente, alzi le mani e rinunci, perché è evidente che non c’è verso di discutere con ‘sto uomo, che dopo un paio d’ore ho rivisto pipparsi una quantità cospicua di raglie e smettere di essere in grado di articolare parole di senso compiuto. E allora ho capito che era inutile cercare di fargli capire.

Come è inutile fare capire a quelli che ti chiedono se tu, bisessuale, preferisci il cazzo o la figa che è una domanda veramente di merda e, in fondo, pure priva di qualsiasi senso. Eccerto, per una categoria di cui io faccio parte, figurati se non doveva essere la categoria più bullizzata della comunità. Perché, miei cari amici super attivisti ed esponenti di spicco della comunità lgbtq+, se mi piacesse più il pene sarei un’etero, forse un po’ curiosa, ma comunque etero, e se preferissi la figa sarei basicamente lesbica. E invece se mi definisco bisessuale è perché mi piacciono entrambe le cose. Sì, proprio con voi ce l’ho, super attivisti ed esponenti di spicco della comunità lgbtq+, perché in fin dei conti con ‘ste domande del cazzo siete i primi a cercare di incanalare tutto in uno scompartimento definito nonostante professiate tanto la libertà di essere ciò che si è senza le etichette che voi stessi vi ostinate ad appiccicare su tutti quanti noi, voi che siete i primi a dire puttanate tipo che la bisessualità non esiste, che è una moda, che alla fine torneremo tutti all’eterosessualità… Ecco, voi, ascoltatevi quando dite ‘ste robe, perché suonate proprio come quei quattro stronzi omofobi che ci stanno tanto sui coglioni a tutti quanti.

Cara comunità lgbtq+, che sia chiaro, oggi me la prendo con te perché ci tengo, ti voglio bene e non voglio che diventi pure tu come quelli che ti criticano; un po’ liberale e un po’ con la puzza sotto il naso, che guardi con diffidenza quelli che non rientrano nei tuoi canoni di normalità, a volte più tradizionalista delle Sentinelle in piedi.

Per quanto riguarda quelli che non sono omofobi e che hanno un sacco di amici gay, ma che però (e segue un commento omofobo generico)… Raga, non me la prendo con voi perché tanto è inutile. Stronzi siete e stronzi resterete. Amen.

Dedicato a quelli che la mattina si svegliano e non pensano che, oddio, pure oggi si sono svegliati froci.

Nella speranza che quello che ho scritto abbia un senso anche per voi.